La riforma per Roma Capitale è arrivata al suo passaggio più delicato. Dopo il primo via libera della Camera, il testo è ora al Senato, ma l’iter appare di fatto sospeso. La nomina di Andrea De Priamo alla guida della Commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama, chiamata a gestire anche questo fascicolo, apre una nuova fase politica. Ma il punto vero è un altro: il governo Meloni vuole davvero portare avanti la riforma o intende usare le tensioni parlamentari come alibi per congelarla?
La domanda è legittima. Perché Roma attende da anni un ordinamento all’altezza del suo ruolo. Non una formula simbolica, non un titolo da inserire in Costituzione senza conseguenze concrete, ma poteri reali, risorse certe e strumenti amministrativi adeguati per governare una città che è Capitale d’Italia, grande metropoli europea e luogo centrale della vita democratica, culturale e religiosa del Paese.
Il nodo politico: l’astensione del PD non è un no a Roma
L’origine delle tensioni è nota. Alla Camera il Partito Democratico ha scelto l’astensione, suscitando la reazione dura della presidente del Consiglio e della maggioranza. Ma ridurre quella scelta a un disimpegno sulla riforma è una lettura comoda e sbagliata.
Il PD non ha votato contro la riforma. Ha posto una questione politica e istituzionale precisa: una modifica costituzionale su Roma Capitale non può restare sospesa nel vuoto. Deve camminare insieme alla legge ordinaria, cioè allo strumento che definisce concretamente poteri, funzioni, governance, risorse e rapporti con gli altri livelli istituzionali. Senza quel passaggio, la riforma rischierebbe di essere incompleta, fragile, persino inattuabile.
È la linea richiamata anche da Roberto Morassut: il Partito Democratico considera Roma una grande questione nazionale e intende sostenere il lavoro prodotto in questi mesi dal sindaco Roberto Gualtieri, ma chiede che il percorso sia serio, completo e condiviso. Non basta scrivere “Roma Capitale” in Costituzione se poi non si costruiscono gli strumenti per far funzionare davvero la Capitale.
Gualtieri tiene aperta la strada del dialogo
La posizione del sindaco Gualtieri resta la più responsabile: evitare che la riforma venga trascinata nello scontro tra partiti e lavorare perché il Parlamento concluda l’iter. Roma ha bisogno di un nuovo assetto, ma ha bisogno anche di una riforma solida, capace di reggere nel tempo e di produrre effetti concreti sulla vita della città.
Per questo la reazione del governo appare sproporzionata. Se le posizioni sono davvero vicine, come più volte è stato riconosciuto, fermare il percorso al Senato sarebbe un errore grave. Sarebbe il segnale che la maggioranza preferisce trasformare una riforma nazionale in una bandiera di parte, da usare nella contesa politica invece che da consegnare alla città.
L’allarme di Acer: Roma non può più aspettare
A rendere ancora più evidente la posta in gioco è arrivato anche l’intervento dei costruttori romani. Ance Roma-Acer ha lanciato un allarme netto: la riforma per Roma Capitale non è più rinviabile. Roma deve poter competere con le grandi capitali europee, programmare il proprio sviluppo, affrontare il tema della casa, della rigenerazione urbana, delle infrastrutture e della semplificazione amministrativa.
È un richiamo importante perché viene dal mondo produttivo, non da una parte politica. Chi vive ogni giorno la complessità della città sa bene che senza procedure più rapide, poteri più chiari e risorse stabili, ogni progetto rischia di restare bloccato nella macchina amministrativa. Roma non può essere caricata di funzioni nazionali e internazionali e poi lasciata con strumenti ordinari, spesso insufficienti persino per una grande città metropolitana.
Il governo non scarichi sul PD le proprie responsabilità
La maggioranza non può usare l’astensione del Partito Democratico come una scusa. Il governo ha la responsabilità di tenere aperto il tavolo, di portare la legge ordinaria in Parlamento, di chiarire quali risorse intende mettere a disposizione e di costruire le condizioni per un voto ampio.
Il PD, da parte sua, deve continuare a difendere una linea chiara: sì alla riforma, sì ai poteri speciali, sì al rafforzamento istituzionale di Roma, ma no a una riforma monca. Roma non ha bisogno di annunci. Ha bisogno di norme efficaci, finanziamenti adeguati, decentramento vero, capacità decisionale e strumenti per governare fenomeni che pesano direttamente sulla vita dei cittadini: trasporti, rifiuti, casa, affitti brevi, commercio, turismo, servizi sociali e manutenzione urbana.
Roma Capitale è una questione nazionale
Il punto politico è semplice: bloccare la riforma per Roma Capitale sarebbe un danno per la città e per il Paese. La Capitale non può essere ostaggio delle convenienze della maggioranza né delle tensioni tra governo e opposizione. Il percorso va ripreso subito, a partire dal Senato, con serietà istituzionale e con il coinvolgimento pieno del Parlamento.
Chi oggi chiede garanzie non frena Roma. Al contrario, prova a evitare che l’ennesima riforma venga approvata senza le gambe per camminare. La Capitale ha bisogno di poteri veri, ma anche di risorse vere. Ha bisogno di autonomia, ma anche di una cornice nazionale solida. Ha bisogno di una riforma condivisa, non di un braccio di ferro propagandistico.
Per questo il governo Meloni deve scegliere: usare Roma come terreno di scontro o dimostrare che la Capitale viene prima della propaganda. Il Partito Democratico deve continuare a lavorare perché la riforma vada avanti, ma vada avanti bene. Perché Roma non può più aspettare, e proprio per questo non può accontentarsi di una riforma a metà.




