Oggi, 9 maggio, ricorre la Giornata dell’Europa. La nostra Unione è più che mai necessaria per affrontare le sfide che abbiamo davanti, ma serve coraggio politico.
La legge del più forte contro l’ordine multilaterale
Gli Stati Uniti a guida Trump, insieme ai loro alleati, stanno gettando benzina sul fuoco di conflitti già in corso da decenni e stanno perseguendo un’agenda che punta a sostituire definitivamente l’ordine multilaterale delle relazioni internazionali con una visione nazionalista del mondo: l’affermazione cruda della legge del più forte.
Questo tipo di destra, che si è affermata in America e anche in molti Paesi europei, non si pone soltanto l’obiettivo di favorire grandi interessi e poteri economici, spesso oligopolistici, ma punta apertamente a sgretolare tutte le costruzioni politiche, nazionali e internazionali, che per decenni hanno favorito democrazia, dialogo e diplomazia.
Questo accade sia nella dimensione interna, come dimostrano la violenza senza freni della polizia anti-immigrazione trumpiana o, più blandamente, il tentativo diffuso di ridisegnare l’equilibrio tra i poteri dello Stato, sia nella postura internazionale.
Stiamo assistendo, infatti, all’avverarsi della profezia di papa Francesco: “la terza guerra mondiale a puntate”. E non è un caso che sia proprio il nuovo papa Leone XIV a opporsi con particolare forza alla rinnovata retorica bellicista.
Il protrarsi dell’invasione russa in Ucraina, le violenze senza precedenti a cui abbiamo assistito a Gaza e a cui assistiamo in Cisgiordania, gli attacchi unilaterali a Paesi sovrani e, da ultimo, l’escalation con l’Iran rispondono esattamente alla logica dello svuotamento di qualunque sede di diplomazia e multilateralismo.
Il primato della forza ha scalzato il primato della politica. Se tutto questo non cambierà, solo grandi potenze come Stati Uniti, Russia, Cina e pochi altri attori potranno ritagliarsi un ruolo incisivo nello scacchiere globale.
Perché oggi serve un’Europa più forte
Da qui nasce la necessità, ormai non rimandabile, di un’Europa più forte, unita, capace di decidere e di incidere nei processi globali. L’Italia da sola non può farcela ad affrontare le sfide che il mondo le pone davanti. Proprio per questo, oggi, essere patrioti vuol dire credere nell’Europa e lavorare alla sua continua e faticosa costruzione.
Chi, a destra, pensa ancora di poter tornare indietro non ha a cuore l’Italia. Al contrario, rischia di condannarla all’isolamento e all’irrilevanza.
Ma per quale Europa bisogna combattere? Io credo che il mondo oggi abbia bisogno di una grande forza che, consapevole della propria complessa e travagliata storia, sia un baluardo dello Stato di diritto e delle tutele civili e sociali, capace di muoversi per impedire la distruzione di quell’ordine multilaterale che, con tutte le sue imperfezioni e con tutti i miglioramenti necessari, resta l’unica strada possibile per tenere vivo il primato della diplomazia, come scritto nella nostra Costituzione.
In sintesi, dunque, serve un’Europa di pace e libertà.
Autonomia strategica e difesa comune europea
Per raggiungere questo scopo c’è bisogno di un immediato salto in avanti in alcuni settori chiave. Il tema di fondo è l’autonomia strategica, che passa attraverso diversi aspetti.
Serve certamente una vera difesa comune europea e non, come alcuni vorrebbero, la mera flessibilità di bilancio per consentire un inutile e più dispendioso riarmo nazionale. La storia dell’Europa ce lo insegna chiaramente: il riarmo nazionale non è fonte di maggiore sicurezza, anzi.
Ma anche una difesa comune non basterà se, al contempo, non ci sarà una vera politica industriale capace di sostenere un “made in Europe” funzionale all’innovazione e all’altezza della grande rivoluzione del nostro tempo: la rivoluzione digitale.
Fanno bene quei pochi esponenti delle istituzioni europee, tra i quali, proprio di recente, Nicola Zingaretti in diverse interviste e discorsi, a ricordare che l’Europa, negli anni Cinquanta, è nata con politiche comuni sul carbone e sull’acciaio e oggi non può che rifondarsi compiendo un vero scatto in avanti sul tema della sovranità tecnologica e dell’autonomia tecnologica.
La sfida della sovranità tecnologica
Per esprimere oggi una volontà politica comune, una voce credibile e autorevole, serve essere davvero padroni della gestione dell’enorme quantità di dati sensibili che i cittadini europei producono ogni giorno accedendo a servizi e strumenti digitali ormai indispensabili.
Tutto questo patrimonio viene oggi disperso in data center e server spesso in mano a grandi oligopoli tecnologici privati che rispondono, quando lo fanno, a potenze extraeuropee. Questo pone enormi problemi di sicurezza e privacy, ma soprattutto ci espone a manipolazioni che possono alterare anche il dibattito democratico. Basti pensare all’accentramento di ricchezza e potere, senza precedenti, nelle mani di pochissimi soggetti.
Serve dunque, finalmente, un piano comunitario realmente integrato per sistemi di archiviazione dati autenticamente europei e, se non vogliamo essere il continente che si limita a normare le invenzioni altrui, un grande piano di investimenti su scala europea nell’intelligenza artificiale.
Tutto questo deve partire dalla promozione di chi oggi, con coraggio, anche nel settore privato, prova a innovare.
Il nodo delle risorse comuni
Questa agenda ha però bisogno di enormi risorse e di un bilancio europeo che non può limitarsi all’1% del PIL degli Stati membri. Serve molto di più.
La maggioranza europeista del Parlamento europeo ha chiesto con forza alla Commissione e al Consiglio l’aumento delle risorse comuni. A oggi, però, i governi di destra, largamente maggioritari in Europa, influenzano pesantemente la Commissione e generano una situazione ancora più complessa nel Consiglio. Ogni passo avanti in questa direzione rischia così di essere bloccato.
Le destre nazionaliste, con la mano sinistra, sollevano critiche all’Europa, additandola come incapace di decidere, e, con la mano destra, esercitano sistematicamente la loro influenza affinché l’Unione non faccia alcun passo in avanti.
È una trappola nella quale non bisogna cadere. Deve essere chiaro un punto: il problema non è “l’Europa” in senso astratto; il problema sono i governi nazionali di destra che oggi la affossano e le impediscono di andare avanti.
La battaglia politica per cambiare l’Europa
Che fare, dunque? La priorità assoluta, per chi ha a cuore i destini dell’Italia e dell’Europa, è provocare uno scossone nelle politiche comunitarie che ci eviti di diventare, preda delle nostre divisioni, meri spettatori della storia nei prossimi decenni.
A oggi, però, in attesa di una necessaria riforma dei trattati e del superamento del diritto di veto, la strada è una sola: chi crede nella necessità di un balzo in avanti deve unirsi per vincere le elezioni negli Stati membri e cambiare gli equilibri in seno alla Commissione e al Consiglio.
Solo così si potrà dare più forza a una nuova fase. Non serve lo scetticismo verso l’Unione; serve, al contrario, la battaglia politica, strada per strada, di chi in questa Unione crede e vuole cambiarla.
In questo senso, la Global Progressive Mobilisation di Barcellona, dello scorso 17 e 18 aprile, è stata, per tutti i democratici e progressisti, l’occasione per rilanciare l’internazionalismo e costruire una battaglia comune contro un sistema di alleanze tra destre nazionaliste che, negli anni, si è esso sì, paradossalmente, consolidato.
I segnali positivi e la sfida progressista
I segnali positivi da cogliere ci sono. In Ungheria non hanno certo vinto le forze progressiste in senso stretto, ma è al contempo evidente che, con la sconfitta di Orbán, le destre nazionaliste hanno subito un colpo.
Inoltre, come alcuni analisti hanno saputo cogliere, anche il governo italiano ha pagato il proprio legame a doppio filo con il disegno trumpiano, e parte del risultato del referendum costituzionale è probabilmente dovuta anche a questo.
Lo ha detto con limpida chiarezza e capacità di sintesi il premier spagnolo Sánchez: “Non si può sostenere chi dà fuoco al mondo e poi lamentarsi del fumo”.
Le contraddizioni di questa destra stanno emergendo sempre di più. Sta a chi oggi si riconosce in un’altra idea di Europa e di mondo mettere da parte le sfumature e unirsi per dare concretezza ai principi che da sempre ispirano le forze progressiste: pace, libertà e giustizia.




