Contributo sul futuro dell’Unione Europea di Luigi Zanda, pubblicato sul Sole 24 Ore del 8 settembre 2026.
L’Islanda ha solo 390 mila abitanti, la Sassonia-Anhalt ne ha poco più di due milioni, mentre il totale degli abitanti dei 27 paesi dell’Unione europea è di ben 452 milioni. Nonostante l’evidente sproporzione, il risultato del voto in Sassonia-Anhalt e il No della piccola Islanda sono due segnali che sarebbe da incoscienti considerare irrilevanti. Perché, pur nella loro natura molto diversa, sono due segni di un disagio politico molto vasto nei confronti dell’Unione europea così com’è.
Mentre il voto in Sassonia-Anhalt ha il chiaro marchio del populismo-nazionalista filo russo, il No dell’Islanda all’Europa ha lasciato un retrogusto amaro, l’impressione che la scelta europeista delle nazioni che chiedono di farne parte tenga conto prevalentemente del dividendo economico. Sia in Islanda, che in Sassonia-Anhalt manca l’interesse a partecipare al progetto di un’Unione europea che considerano incapace di risolvere i loro problemi. L’Unione presuppone un grande ideale politico e nei due Paesi dove si è votato è mancata proprio quella motivazione politica.
Se il collante europeo è soprattutto l’interesse economico si capisce come siamo stati gli agricoltori polacchi che, considerati i contributi, hanno favorito l’ingresso della Polonia. Così come la paura di perdere quote di pesca ha molto pesato sulla posizione della lobby dei pescatori islandesi contro l’ingresso dell’Islanda. Per i Paesi che aspirano ad entrare in Europa il primo obiettivo è l’interesse economico. Mentre il nazionalismo antieuropeo può dilagare senza incontrare resistenza soprattutto perché l’Unione non ha forza politica, non è quella grande potenza politica che potrebbe essere.
I tempi che viviamo sono molto difficili e spesso pensiamo che debba essere l’Europa a levarci le castagne dal fuoco. Ma per pochi l’unità politica dell’Europa è una priorità. In 27, senza uno stato democratico europeo, la politica estera e di difesa di cui spesso parliamo sono persino difficili da immaginare. L’impressione è che sull’Europa abbondi la retorica e scarseggi la politica.
Oggi cosa vuol dire essere europeisti? È una domanda a cui è difficile rispondere perché abbiamo molte ragioni per essere fieri dei traguardi che l’Europa ha raggiunto. Non siamo più soltanto un’espressione geografica, ma una realtà concreta che nel tempo ha saputo tenere insieme 27 nazioni con storie, lingue e culture diverse, all’interno di un’Unione senza più frontiere e con un’unica moneta, l’euro.
Eppure. Eppure l’Islanda e la Sassonia-Anhalt stanno lì a dimostrare che chi oggi si accontentasse di questi straordinari risultati non sarebbe un vero europeista. Non solo perché fondando l’Europa unita Schuman, De Gasperi e Adenauer, che non erano tre utopisti ma tre grandi uomini politici, avevano il ben più ambizioso obiettivo di dar vita a una grande nazione europea. Ma perché tutto è cambiato e nel nuovo mondo le grandi potenze stanno ridisegnando gli equilibri globali sulla base dei loro interessi.
E l’Europa è assente. Per molti decenni, dopo la bocciatura francese della Comunità europea di difesa e la delega della sicurezza agli Usa, gli europei hanno pensato di poter essere una grande potenza economico-politica senza essere uno Stato. Ma questo scenario è saltato. Per la fine dell’ordine mondiale di Yalta, per l’aggressività di Putin e di Trump, per l’incognita di Xi Jinping e per il cambio d’epoca imposto dalle nuove tecnologie. La pochezza politica dell’Europa la sta logorando.
Manca di una politica fiscale e di un bilancio comuni, la gestione dei migranti è fonte di tensioni, l’industria europea non è in grado di competere con grandi player sovvenzionati o aiutati dai loro Stati, manca una politica energetica comune, sulle nuove tecnologie l’Europa sforna regole ma pochi prodotti innovativi. Soprattutto manca di una politica estera e di difesa. Tutti ritardi che dipendono in gran parte dalla mancata conclusione del processo di unificazione politica.
È europeista chi vuole mantenere il diritto di veto o chi lo vuole abolire? Chi vuole che il Parlamento europeo sia il titolare pieno del potere legislativo o chi vuole che l’iniziativa legislativa resti alla Commissione? Chi pensa che i parlamentari europei debbano essere eletti con un’unica legge elettorale o attraverso 27 diverse leggi elettorali? Chi vuole mantenere il dualismo Commissione-Consiglio europeo o chi pensa che l’Europa dovrebbe essere governata da un vero governo forte della fiducia del Parlamento? Chi vuole una politica estera e di difesa europea o chi vuole che esteri e difesa restino prerogativa dei singoli stati? In poche parole: è un vero europeista chi vuole un’Europa-Stato o chi vuole l’Europa degli Stati?
Il percorso verso l’unità politica dell’Europa non è scontato e nessuno dei 27 paesi europei può prendere sotto gamba decisioni che implicano una riduzione della propria sovranità in favore dell’Europa. Ma, egualmente, nessuno dei 27 può sfuggire alla scelta tra un’Europa solo economica o un’Europa che conti nella geopolitica mondiale a difesa della pace e della prosperità dei suoi cittadini.
Se la risposta è quella della pace e della prosperità, la prima necessità è l’unità politica dell’Europa, perché nessuno degli Stati europei da solo ha il peso che oggi serve nel mondo, comprese la ricca Germania e l’ambiziosa Francia. Nella forma federale o in quella, meno robusta, confederale. La terza strada, quella del rinvio, della non decisione, del rifiuto persino di discutere sulle prospettive dell’Europa, è una strada che a qualcuno può sembrare utile tatticamente, ma poi se nel momento del bisogno ci si dovesse accorgere che l’Europa conta poco o nulla, è vietato lamentarsi.
Molti segnali ci dicono che dobbiamo prepararci a un futuro difficile. Sconvolgimenti ambientali di grandi dimensioni, crisi economiche difficili da dominare, guerre che potrebbero essere sempre più vaste e distruttive, sino a una nuova guerra mondiale. In situazioni estreme le attuali istituzioni europee, con le loro complessità e la loro relativa rappresentatività, avrebbero molte difficoltà a prendere rapidamente le decisioni giuste, a mobilitare e responsabilizzare l’opinione pubblica, a interloquire autorevolmente con le grandi potenze.
Negli ultimi giorni di settembre papa Leone XIV andrà in visita in Francia. Oltre Parigi e Lourdes, il papa visiterà anche Metz, città alla quale Robert Schuman, uno dei tre padri fondatori dell’Europa unita, è stato molto legato per tutta la vita. È difficile sfuggire all’impressione che la sosta di Leone XIV a Metz voglia essere un richiamo alle responsabilità dell’Unione europea, e quindi nostre, in un mondo dove sono in pericolo i valori, la pace e il pane.
In un contesto di terribili emergenze e dopo aver ascoltato quel che Leone XIV vorrà dire all’Europa, cosa può fare l’Italia? Per noi i tempi sono maturi per aprire un grande dibattito nel Paese e in Parlamento sul futuro dell’Europa, sulle scelte necessarie e sulle difficili decisioni da prendere per farla crescere politicamente, per farla diventare quella nazione europea che era nel suo destino quando è nata.
Sarebbe grave se in Italia questi temi venissero declassati a slogan della prossima campagna elettorale e se le forze politiche non fossero in grado di mostrare d’essere all’altezza della delicatezza di questi tempi terribili.
Memento Islanda e memento Sassonia-Anhalt.




