Nel Consiglio dei ministri che ha dato il via libera al Piano Casa, lo scontro più significativo non ha riguardato solo le risorse o i tempi dell’intervento, ma il rapporto tra semplificazione edilizia e tutela del patrimonio storico. Secondo la ricostruzione di Tommaso Ciriaco e Lorenzo De Cicco su la Repubblica, il confronto si è acceso tra Matteo Salvini e il ministro della Cultura Alessandro Giuli su una norma voluta dalla Lega per accelerare le procedure nei centri storici, riducendo il peso delle Soprintendenze.
Il nodo del rapporto tra Piano Casa e Soprintendenze è decisivo soprattutto per città come Roma, dove l’emergenza abitativa convive con la necessità di proteggere un patrimonio storico, artistico e paesaggistico unico. Il Piano Casa approvato dal governo punta a intervenire sulla mancanza di alloggi popolari e a prezzi calmierati, oltre che sul recupero di una parte del patrimonio pubblico oggi inutilizzabile. Il tema è reale e urgente, soprattutto nelle grandi città. Ma proprio per questo la risposta non può essere costruita contrapponendo il diritto alla casa alla tutela dei centri storici.
Per Salvini le Soprintendenze “vanno rase al suolo”
Il confronto politico è esploso quando Giuli avrebbe contestato l’inserimento, a sorpresa, di un passaggio sulle procedure nei centri storici. Il ministro della Cultura, secondo Repubblica, avrebbe richiamato l’articolo 9 della Costituzione, quello che affida alla Repubblica la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione. Di fronte alle resistenze, Salvini avrebbe risposto con una frase che fotografa bene l’impostazione leghista: le Soprintendenze, per il leader della Lega, andrebbero “radere al suolo”.
Alla fine, sempre secondo la ricostruzione di Repubblica, il passaggio più controverso sarebbe stato accantonato. Ma il problema politico resta. Non siamo davanti a un episodio isolato: già nei mesi scorsi la Lega aveva proposto di trasformare il parere delle Soprintendenze da obbligatorio e vincolante a obbligatorio ma non vincolante, lasciando ai Comuni l’ultima parola su molte decisioni urbanistiche e paesaggistiche. Una proposta poi ritirata, ma indicativa di una linea precisa.
Critiche del Pd al Piano casa della destra, tra mancanza di certezze e attacco irresponsabile al patrimonio culturale
La critica del Partito Democratico non riguarda la necessità di un Piano Casa, ma la direzione scelta dal governo. Da un lato, il PD denuncia da mesi l’insufficienza delle politiche abitative dell’esecutivo: Marco Simiani, capogruppo democratico in Commissione Ambiente alla Camera, ha ricordato che il Paese avrebbe bisogno di “400 mila abitazioni in più” e ha accusato il governo di procedere tra rinvii, confusione e mancanza di certezze.
Dall’altro lato, sul fronte delle Soprintendenze, i deputati dem della Commissione Cultura Irene Manzi, Mauro Berruto, Giovanna Iacono e Matteo Orfini avevano già definito la proposta della Lega un “attacco grave e irresponsabile” alla tutela del patrimonio culturale. Per il PD, ridurre il carattere vincolante dei pareri significherebbe aprire la strada a una deregulation pericolosa, soprattutto nei contesti urbani e paesaggistici più delicati.
A rischio il patrimonio storico e artistico della Capitale
Il punto, dunque, non è scegliere tra casa e tutela, ma costruire politiche abitative vere senza sacrificare il patrimonio storico e paesaggistico delle città. Per Roma Capitale, dove l’emergenza abitativa convive con la fragilità del Centro Storico, questa distinzione è decisiva.
Per città come Roma, infatti, una norma che riduca il peso delle Soprintendenze sarebbe particolarmente rischiosa. Il Centro Storico non è un fondale scenografico da adattare di volta in volta alle urgenze del mercato immobiliare, ma un tessuto urbano fragile, abitato, stratificato, nel quale ogni trasformazione deve essere valutata con attenzione. Accelerare le procedure può essere necessario quando serve sbloccare interventi pubblici, recuperare immobili abbandonati o aumentare l’offerta abitativa. Ma una cosa è semplificare, un’altra è indebolire i presidi di tutela.
Critiche anche dal monto accademico e della cultura
Anche dal mondo della cultura e degli esperti della tutela sono arrivate critiche dure. Lo storico dell’arte Claudio Strinati, su Repubblica, ha richiamato il ruolo delle Soprintendenze come presidi dello Stato chiamati a tutelare storia e bellezza, sostenendo che vadano aiutate e non ostacolate. Altri esperti del settore hanno sottolineato che il problema vero non è il potere delle Soprintendenze, ma semmai la loro carenza di personale, mezzi e capacità operativa.
Il punto, dunque, non è difendere ogni lentezza burocratica. Nessuno può negare che le procedure debbano essere più chiare, più rapide e più efficienti. Ma l’efficienza non può trasformarsi in un lasciapassare per interventi sregolati nei centri storici. Roma ha bisogno di case accessibili, di rigenerazione urbana, di recupero del patrimonio pubblico, di contrasto allo svuotamento residenziale e alla pressione turistica. Tutto questo, però, richiede più governo pubblico, non meno tutela.
Lo scontro tra Salvini e Giuli sul Piano Casa e Soprintendenze mostra una frattura dentro la maggioranza, ma soprattutto rivela un rischio più profondo: usare l’emergenza abitativa per rimettere in discussione vincoli che proteggono l’identità delle città storiche. Per Roma Capitale sarebbe una strada sbagliata. La casa è un diritto, ma anche la tutela del patrimonio comune lo è. La vera sfida è tenerli insieme, non sacrificarne uno all’altro.




