Il confronto sul “woke” aperto da Conte si intreccia con la partita sul campo largo. Mentre il M5S prende tempo fino a Nova, il Pd rilancia sui temi economici e chiede un tavolo programmatico. Avs e +Europa spingono nella stessa direzione, mentre Renzi prova a rientrare nel dibattito da una posizione riformista
La discussione aperta da Giuseppe Conte sul “woke” non riguarda soltanto il linguaggio della sinistra o il rapporto tra diritti civili e questione sociale. Arriva in un passaggio politico molto preciso: il campo largo deve decidere tempi, programma e metodo delle eventuali primarie, mentre il Movimento 5 Stelle prepara Nova, la kermesse di settembre in cui presenterà il proprio programma.
In questo quadro, la mossa di Conte può essere letta anche come un tentativo di prendere tempo e ridefinire i rapporti di forza nel centrosinistra. Il leader M5S sposta il confronto dal tavolo programmatico al terreno dell’identità politica: meno “woke”, più disuguaglianze; meno guerre culturali, più salari, povertà e ceti popolari.
Nelle stesse ore, Elly Schlein sceglie un altro terreno. In un’intervista a Milano Finanza, la segretaria del Pd rilancia sui temi economici: crescita zero, povertà assoluta, stipendi, pressione fiscale. È un modo per riportare il confronto sulla sostanza sociale del programma, senza inseguire Conte nella disputa nominalistica sul “woke”.
Non a caso Avvenire ha letto il “no al woke” come una sorta di Opa politica sul centrosinistra. Prima ancora di discutere con gli alleati di lavoro, sanità, fisco, clima, diritti, Europa e politica estera, Conte prova a fissare una cornice: il centrosinistra, sostiene, deve tornare alle disuguaglianze e non perdersi nelle guerre culturali.
Il M5S prende tempo fino a Nova
Il tema posto da Conte non è irrilevante. Il rapporto tra sinistra, ceti popolari, salari, povertà e periferie è una questione reale. Sarebbe però ingenuo ignorare il contesto in cui viene sollevata: proprio mentre alcuni alleati chiedono di accelerare sul programma, il M5S preferisce rinviare il tavolo a dopo Nova.
Una possibile chiave di lettura riguarda anche la tenuta interna del Movimento 5 Stelle. Conte non deve soltanto negoziare con Schlein, Avs e +Europa. Deve anche consolidare una linea dentro il suo partito, che su alcuni dossier potrebbe mostrare tensioni non marginali.
La politica estera è l’esempio più evidente. Il nodo dell’Ucraina, degli aiuti militari, del rapporto con l’Europa e con l’atlantismo non è un dettaglio tecnico: è una delle questioni più complesse per una coalizione che ambisca a governare. Per il M5S è anche un tema identitario. Una parte del Movimento si riconosce in una posizione fortemente critica verso l’invio di armi e verso l’impostazione europea sulla guerra. Un accordo con il Pd richiederebbe invece una formulazione comune, inevitabilmente più sfumata.
In questo senso, il tempo diventa una risorsa politica. Arrivare al tavolo dopo Nova consentirebbe al M5S di presentarsi con una piattaforma già definita, legittimata internamente e riconducibile alla leadership di Conte. Non una trattativa avviata dentro una cornice costruita dagli altri, ma una proposta autonoma da sottoporre agli alleati.
Anche il “woke”, allora, può essere letto come un passaggio preparatorio. Conte sembra cercare uno spazio più solido dentro l’alleanza, evitando che il M5S entri nel campo largo come semplice forza di complemento del Pd. Non è solo una questione di contenuti, ma di collocazione politica: parlare di sinistra sociale, disuguaglianze e ceti popolari significa provare a definire un profilo autonomo prima che il confronto sul programma comune entri nel vivo.
In questa chiave può essere letta anche la sua presenza, il 12 agosto, alla commemorazione dell’eccidio di Sant’Anna di Stazzema, dove gli è stata affidata l’orazione ufficiale per l’82° anniversario della strage nazifascista. Un passaggio istituzionale e simbolico che ha consentito a Conte di muoversi su un terreno antifascista, repubblicano e memoriale, cioè dentro uno spazio riconoscibile della cultura del centrosinistra. Anche da lì passa il tentativo di accreditarsi non solo come alleato necessario, ma come uno dei soggetti che possono contribuire a definire l’identità del campo largo.
Pd, Avs e +Europa chiedono il programma
Da qui nasce la risposta, più o meno esplicita, che arriva dal resto del centrosinistra: prima il programma. Non necessariamente come slogan, ma come esigenza di metodo. Se il problema sono davvero le disuguaglianze, il tavolo programmatico dovrebbe essere il luogo naturale in cui discuterne. Se la priorità sono salari, sanità, lavoro povero e fisco, il confronto comune non dovrebbe essere rinviato troppo a lungo.
Su questo punto Pd, Avs e +Europa sembrano convergere, pur con accenti diversi. Come ricostruisce Repubblica, il Pd insiste sulla necessità di non ripetere la divisione del 2022 e di costruire un’alleanza fondata su contenuti condivisi. Avs chiede di mettere al centro clima, lavoro, sanità, equità sociale e pace. +Europa reclama da tempo un luogo permanente di confronto politico, temendo che senza programma le primarie possano trasformarsi in una competizione personalistica.
In questo spazio prova a inserirsi anche Matteo Renzi. Con una lettera pubblicata su Repubblica, il leader di Italia Viva entra nel dibattito aperto da Conte: condivide l’idea di mettere al primo posto questione sociale, economia, potere d’acquisto e ceto medio, ma prova a orientare quella discussione in senso riformista. La formula è chiara: più Stato sociale, non Stato socialista; meno sussidi, più sussidiarietà; difesa dei diritti civili, ma superamento degli eccessi del woke. È anche un modo per ricordare che il centro riformista non intende restare spettatore nella costruzione del campo largo.
Campo largo, prima il programma poi le primarie
Il nodo, a ben vedere, non è scegliere tra diritti e questione sociale. Questa contrapposizione appare fragile. In Italia il problema non sembra essere un eccesso di diritti riconosciuti, ma semmai un intreccio ancora irrisolto tra disuguaglianze economiche e diritti incompiuti: salari bassi, servizi pubblici indeboliti, precarietà giovanile, penalizzazioni per le donne, famiglie non sempre tutelate, cittadini ancora esclusi da un pieno riconoscimento.
È possibile, dunque, che Conte stia cercando di arrivare alla partita con una cornice già pronta: meno guerra culturale, più disuguaglianze; meno subalternità al Pd, più autonomia del M5S; meno tavolo immediato, più tempo per consolidare il Movimento.
Resta però una domanda politica: il campo largo può nascere da una sequenza di posizionamenti separati, oppure ha bisogno di un confronto comune prima che ogni partito arrivi al tavolo con il proprio perimetro già blindato?
La risposta più convincente, per chi guarda con favore alla costruzione di un’alternativa al centrodestra, sembra essere la seconda. Non una polemica sul “woke”, ma un tavolo di merito. Prima il programma, poi le primarie. Prima le scelte, poi le leadership.




