Fausto Delle Chiaie, artista romano del Museo all’Aria Aperta tra Ara Pacis e Piazza Augusto Imperatore
Dal Municipio

Addio a Fausto Delle Chiaie, l’artista che trasformò il Centro Storico in un museo a cielo aperto

La morte di Fausto Delle Chiaie, avvenuta a Roma il 4 luglio 2026 all’età di 82 anni, lascia un vuoto profondo nel Centro Storico. Non solo nel mondo dell’arte contemporanea, che da tempo aveva riconosciuto l’originalità della sua ricerca, ma soprattutto in quel pezzo di città attorno a Piazza Augusto Imperatore, all’Ara Pacis, al Mausoleo di Augusto e a via Ripetta, dove la sua presenza era diventata parte del paesaggio quotidiano.

Per anni Delle Chiaie ha esposto le sue opere all’aperto, appoggiate a terra, sui muretti, nei luoghi di passaggio. Il suo “Museo a Cielo Aperto” non era una mostra nel senso tradizionale del termine. Era un gesto quotidiano, una presenza, una forma di dialogo continuo con la città. Non chiedeva al pubblico di entrare in un museo: portava il museo nella vita ordinaria di Roma.

Fausto Delle Chiaie, forse il primo street artist in Italia

Delle Chiaie è stato un artista libero, irregolare, difficilmente classificabile. Ma se è prudente evitare classifiche assolute, si può dire che sia stato tra i primi, forse il primo in Italia, a praticare una forma di street art ante litteram: un’arte costruita nello spazio pubblico, fuori dai luoghi consacrati, in rapporto diretto con i passanti, con i residenti, con chi attraversava la città senza aspettarsi di incontrare un’opera.

La sua non era una street art spettacolare o monumentale. Non cercava il grande muro, il segno invasivo, l’immagine immediatamente riconoscibile. Era una street art minuta, concettuale, relazionale. Trasformava un marciapiede in uno spazio espositivo, una piazza in una sala, un passante in interlocutore. In questo senso anticipò molte riflessioni oggi centrali nell’arte pubblica: il rapporto con lo spazio urbano, la gratuità dell’esperienza, la partecipazione, la rottura della distanza tra opera e spettatore.

Il Museo all’Aria Aperta tra Ara Pacis e Piazza Augusto Imperatore

Il nome di Fausto Delle Chiaie resta legato in modo indissolubile all’area tra l’Ara Pacis e Piazza Augusto Imperatore. In quel tratto del Centro Storico, segnato da monumenti, musei, cantieri, turismo e vita quotidiana, l’artista aveva costruito un presidio culturale informale. Le sue opere non erano chiuse in una galleria, ma esposte nello spazio pubblico, davanti agli occhi di tutti.

Residenti, studenti, turisti, lavoratori, persone dirette al Lungotevere, al Tridente o al museo diventavano spettatori quasi senza accorgersene. Bastava rallentare, fermarsi, guardare. Il suo museo non aveva biglietto, orari rigidi o soglie da attraversare. Era aperto perché era nella città. Ed era profondamente democratico perché non chiedeva al pubblico una competenza preliminare: offriva a ciascuno la possibilità di entrare in relazione con l’opera.

Un artista capace di parlare alla città

Una delle qualità più forti di Delle Chiaie era la sua capacità comunicativa. Parlava a tutti, ma senza semplificare. Usava l’ironia, il gioco, lo spiazzamento, il titolo improvviso, l’oggetto minimo, la battuta, il cortocircuito visivo. Le sue opere sembravano accessibili al primo sguardo, ma chiedevano attenzione.

Dietro la leggerezza apparente c’erano una riflessione sulla città, sul consumo, sulla memoria, sulla solitudine, sul tempo e sulla fragilità delle cose. I suoi assemblaggi, i piccoli dipinti, gli oggetti recuperati, le parole e le invenzioni poetiche non erano mai casuali. Erano frammenti di pensiero messi davanti ai passanti, non per imporre un significato, ma per aprire una domanda.

L’artista era spesso presente accanto alle opere. Spiegava, provocava, ascoltava, osservava le reazioni. Il suo modo di stare in strada era parte stessa dell’opera. Non separava l’autore dal pubblico, né l’opera dal luogo in cui veniva collocata. Tutto diventava parte dello stesso dispositivo: l’oggetto, la piazza, il passante, la conversazione, il silenzio di chi guardava.

Il Manifesto Infrazionista e l’arte come relazione

Il percorso di Fausto Delle Chiaie nasceva da una formazione artistica solida. Aveva frequentato la Scuola Libera del Nudo dell’Accademia di Belle Arti di Roma e aveva iniziato a lavorare negli anni Settanta, attraversando suggestioni legate alla Pop Art, all’Informale e all’Arte Povera. Ma presto scelse una strada autonoma.

Nel 1986 formulò il Manifesto Infrazionista, dando un fondamento teorico alla sua “infra-azione”: collocare l’opera nello spazio pubblico o nei luoghi dell’arte e poi lasciarla vivere, sottraendola al controllo esclusivo dell’autore. L’opera, così, smetteva di essere soltanto proprietà dell’artista e diventava esperienza condivisa, responsabilità dello sguardo altrui, occasione di incontro.

È in questa idea che si comprende meglio il suo rapporto con Roma. Delle Chiaie non occupava semplicemente uno spazio: lo interpretava. Faceva emergere ciò che spesso non vediamo più. La sua arte minima, ironica e povera era in realtà un esercizio continuo di attenzione. Invitava a guardare meglio, a non attraversare la città come una superficie muta.

Le mostre e i riconoscimenti: dal MACRO a Palazzo Merulana

Pur restando radicalmente legato alla strada, il lavoro di Delle Chiaie incontrò anche luoghi istituzionali della cultura contemporanea. Nel 2018 il MACRO, Museo d’Arte Contemporanea di Roma, ospitò “Il museo a cielo aperto per sette giorni a MACRO ASILO”, una mostra-installazione nel foyer del museo dal 1° al 7 ottobre. Fu un passaggio significativo: non perché spostasse il centro della sua arte dentro un museo, ma perché riconosceva dentro un’istituzione ciò che Delle Chiaie aveva sempre praticato fuori dalle istituzioni.

Nel 2019 arrivò “All’ombra del Bambù” a Palazzo Merulana, allestita dall’8 al 24 giugno nel Giardino delle Sculture. Anche in questo caso la scelta dello spazio non era secondaria: un luogo esterno, aperto, attraversabile, coerente con la sua poetica e con la sua idea di arte come incontro.

Tra il 2020 e il 2021 il Museo Nazionale Concordiese di Portogruaro ospitò la personale “Lì per Lì”, curata da Boris Brollo e Alessandro Maganza. Nel 2024, alla Galleria Pian de’ Giullari di Roma, fu organizzata “FaustoFestival. Una mostra da incorniciare”, dedicata ai suoi “segni, concetti e marchingegni”.

La sua ricerca aveva incrociato anche contesti internazionali. Nel 1993 partecipò ad Antwerpen ’93, mentre nel 1994 fu tra gli artisti di EV+A – Exhibition of Visual Art a Limerick. Nel 2008 fu presente al Castello di Rivara e, sempre nel 2008, partecipò alla collettiva “Scala Mercalli. Il terremoto creativo della Street Art Italiana” all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Sono passaggi che mostrano come Delle Chiaie non fosse un artista ai margini dell’arte, ma un artista che aveva scelto consapevolmente di restare fuori dalle sue convenzioni.

Il cinema, la televisione e la Collezione Farnesina

Negli anni Duemila anche il cinema e la televisione contribuirono a raccontarne la figura. “Robaccia Rubbish” fu presentato all’Ara Pacis e successivamente alla Biennale di Venezia del 2011. Nel 2013 arrivarono “Il museo chiude quando l’autore è stanco” e “Ho fatto una barca di soldi”, docufilm diretto da Dario Acocella. Nel 2014 Domenico Iannacone gli dedicò il reportage “La bellezza incomprensibile” su Rai 3 e nel 2021 tornò a raccontarne la storia con “Io sono qui”, nella trasmissione “Che ci faccio qui”.

Nel 2022 una sua opera, “Distanziamento sociale”, entrò nella Collezione Farnesina del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Anche questo riconoscimento confermò la natura particolare del suo percorso: un artista nato e cresciuto nella relazione diretta con la strada, ma capace di parlare anche ai luoghi ufficiali della cultura italiana.

La petizione e il riconoscimento della Legge Bacchelli

Negli ultimi anni arrivò anche un riconoscimento pubblico legato alla sua condizione materiale. Nel 2021 una petizione promossa per chiedere l’applicazione della Legge Bacchelli in suo favore raccolse oltre 27 mila firme, con il sostegno di cittadini e personalità del mondo della cultura. Nel luglio 2023 il Consiglio dei Ministri gli riconobbe ufficialmente il beneficio.

Fu un sostegno concreto, ma anche una forma di restituzione verso un artista che per decenni aveva donato alla città arte, pensiero e relazione. Quel passaggio racconta bene il legame tra Delle Chiaie e il suo pubblico: non un rapporto distante tra autore e spettatori, ma una comunità reale di persone che nel tempo aveva riconosciuto il valore della sua presenza.

Un presidio culturale nel I Municipio

Per il territorio del I Municipio, Fausto Delle Chiaie è stato molto più di una presenza artistica. È stato un presidio culturale informale. In un’area segnata da monumenti, musei, grandi architetture, turismo e flussi continui, ha creato uno spazio fragile e tenace, gratuito e aperto, dove l’arte tornava a essere esperienza diretta.

In una città in cui lo spazio pubblico è spesso consumato, occupato, attraversato in fretta o ridotto a fondale turistico, Delle Chiaie lo restituiva ogni giorno alla conversazione. Le sue opere non erano soltanto da vedere: erano da commentare, interpretare, discutere. La sua presenza ricordava che il Centro Storico non è soltanto patrimonio da conservare o scenario da attraversare, ma luogo vivo, abitato, capace di generare relazioni.

L’eredità di Fausto Delle Chiaie nel Centro Storico

La scomparsa di Fausto Delle Chiaie riguarda anche il futuro culturale del Centro Storico. Roma non vive solo dei suoi monumenti, dei suoi musei e delle sue grandi istituzioni. Vive anche delle presenze che la abitano, delle voci che la attraversano, degli artisti capaci di rendere umano un patrimonio spesso percepito come distante.

In un tempo in cui il Centro Storico rischia di diventare sempre più scenario, vetrina e fondale turistico, la sua lezione resta preziosa. Delle Chiaie ha dimostrato che lo spazio pubblico può ancora essere un luogo di creazione, relazione e pensiero. Che l’arte può uscire dai luoghi consacrati senza perdere valore. Che un artista può parlare al territorio non con la retorica, ma con una presenza quotidiana, ostinata, generosa.

Per chi vive o attraversa il I Municipio, il suo nome resterà legato a quella porzione di città tra l’Ara Pacis e Piazza Augusto Imperatore dove l’arte non aspettava il pubblico: gli andava incontro.

Con Fausto Delle Chiaie se ne va una figura libera, irregolare e profondamente romana. Ma resta la traccia del suo lavoro: l’idea che una strada possa diventare museo, che un passante possa diventare spettatore, che una piazza possa tornare a essere luogo di immaginazione. E che il Centro Storico, per restare vivo, abbia bisogno anche di queste presenze: fragili, indipendenti, imprevedibili, capaci di parlare alla città meglio di molte parole ufficiali.

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