Il Centro Storico non può diventare un grande bazar turistico
Lo stop fino al 2029 alle nuove aperture di minimarket e negozi di souvenir nel Centro Storico di Roma è una decisione importante. Non perché basti un divieto a risolvere i problemi della città, ma perché finalmente viene riconosciuto un principio semplice: il commercio non è neutro rispetto alla qualità della vita, all’identità dei rioni e al diritto dei residenti a continuare ad abitare il cuore di Roma.
Da anni il Centro Storico subisce una trasformazione profonda. Sempre meno servizi di prossimità, sempre meno attività rivolte a chi vive il territorio ogni giorno, sempre più vetrine tutte uguali, minimarket, negozi di souvenir, rivendite di alcol, prodotti standardizzati e attività pensate quasi esclusivamente per il consumo turistico veloce. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: strade più fragili, rioni meno abitabili, botteghe storiche sempre più in difficoltà, spazi pubblici sottoposti a una pressione continua.
La proroga approvata dall’Assemblea Capitolina non è quindi una misura contro il commercio. Al contrario, è una misura per difendere un commercio migliore, più utile alla città, più coerente con il valore storico, culturale e sociale del Centro Storico.
Una proroga fino al 2029 nel sito Unesco
La decisione del Campidoglio prolunga per altri tre anni il divieto di nuove aperture di minimarket e negozi di souvenir nell’area del sito Unesco. Una scelta che rafforza il Regolamento per l’esercizio delle attività commerciali e artigianali nella Città Storica, già approvato nel 2023, e che punta a contrastare la proliferazione di attività considerate incompatibili con l’equilibrio dei rioni più delicati.
Secondo quanto riportato dalla stampa romana, il fenomeno ha raggiunto numeri molto elevati: migliaia di esercizi di vicinato del settore alimentare e misto concentrati soprattutto nel Municipio I e in alcune parti dei Municipi II e XV. Tra le aree più sature vengono indicati rioni centrali come Monti, Trastevere, Esquilino, Campo Marzio, Ponte e Parione.
Non parliamo quindi di casi isolati, ma di una vera trasformazione del tessuto commerciale. Quando in una strada chiude una bottega utile ai residenti e al suo posto apre l’ennesimo negozio di souvenir o l’ennesimo minimarket rivolto quasi soltanto ai flussi turistici, non cambia solo un’insegna. Cambia la funzione stessa di quella strada. Cambia il rapporto tra chi vive il rione e il suo spazio quotidiano.
Il pronunciamento dei giudici rafforza la scelta del Campidoglio
Un passaggio importante riguarda anche il profilo giuridico della vicenda. Le limitazioni introdotte da Roma Capitale sono state oggetto di contenzioso, ma il Consiglio di Stato ha riconosciuto la legittimità dell’impianto adottato dall’amministrazione.
Il punto politico e amministrativo è rilevante: la libertà di iniziativa economica è un principio fondamentale, ma non può essere interpretata come libertà assoluta di trasformare i centri storici in luoghi senza identità, senza equilibrio e senza attenzione al contesto. In aree di particolare valore archeologico, storico, artistico e paesaggistico, l’amministrazione pubblica ha il diritto e il dovere di intervenire per tutelare beni collettivi: il decoro urbano, il paesaggio, la qualità commerciale, la vivibilità, il patrimonio culturale.
Questa è la parte più significativa della vicenda. Roma non può limitarsi a subire le dinamiche del mercato, soprattutto quando queste dinamiche producono omologazione, impoverimento dell’offerta, pressione sui residenti e perdita di funzioni urbane essenziali.
Difendere residenti, botteghe e commercio di qualità
La proroga dello stop alle nuove aperture deve essere letta dentro una battaglia più ampia: difendere il Centro Storico come luogo vivo. Non un parco tematico, non una scenografia per turisti, non una sequenza di vetrine indistinguibili, ma una parte della città in cui si possa ancora vivere, lavorare, studiare, fare la spesa, incontrarsi, riconoscersi.
Per questo il tema non è soltanto estetico. Non si tratta semplicemente di dire che certi negozi sono brutti o che certe insegne disturbano il paesaggio urbano. Il problema è più profondo: un Centro Storico senza residenti e senza servizi perde la sua anima. Diventa un contenitore fragile, economicamente esposto e socialmente impoverito.
Difendere le botteghe storiche, le librerie, le attività artigianali, i negozi di vicinato, i mercati, i servizi utili alla vita quotidiana significa difendere la città reale. Significa impedire che la rendita turistica diventi l’unico criterio con cui decidere il futuro dei rioni.
Il divieto da solo non basta
La proroga fino al 2029 è una buona notizia, ma non deve diventare un alibi. Il divieto alle nuove aperture è necessario, ma non sufficiente. Servono controlli, personale, capacità amministrativa, verifiche sulle attività già aperte, contrasto agli abusi, attenzione alle false trasformazioni e agli escamotage usati per aggirare le regole.
Questo è un punto decisivo. Se le norme restano sulla carta, il Centro Storico continuerà a cambiare nella direzione sbagliata. Occorre rafforzare gli uffici del commercio, sostenere il lavoro della Polizia Locale, dare strumenti ai Municipi, intervenire sulle situazioni irregolari, impedire che i regolamenti vengano svuotati nella pratica.
Ma serve anche una politica attiva per il commercio di qualità. Non basta dire cosa non può aprire. Bisogna favorire ciò che vogliamo far restare e tornare: attività artigianali, servizi per i residenti, commercio di prossimità, produzioni culturali, spazi indipendenti, negozi che abbiano un legame vero con il territorio.
Una scelta che parla del futuro dei rioni
La questione dei minimarket e dei negozi di souvenir non è marginale. Racconta un conflitto più grande sul futuro del Centro Storico: da una parte la città ridotta a consumo rapido, dall’altra la città come comunità, memoria, servizi, relazioni, spazio pubblico.
Per questo la decisione dell’Assemblea Capitolina va sostenuta. Perché afferma che il Centro Storico non è terra di nessuno. Non è uno spazio da lasciare interamente alla pressione del turismo di massa. Non è una zona da sfruttare fino allo svuotamento. È un patrimonio collettivo, e come tale va governato.
Roma ha bisogno di turismo, ma non può essere piegata al turismo. Ha bisogno di commercio, ma non di un commercio qualsiasi. Ha bisogno di attività economiche, ma dentro un progetto di città. La differenza è tutta qui.
Per un Centro Storico vivo, abitato e riconoscibile
La proroga dello stop fino al 2029 è un passo nella direzione giusta. Ora però serve continuità. Servono controlli veri, sostegno alle attività di qualità, tutela delle botteghe storiche, politiche per la residenza, regole sugli affitti brevi, servizi pubblici, spazi culturali e sociali.
Il Centro Storico non si difende con una sola delibera. Si difende con una visione. Una visione che rimetta al centro chi lo abita, chi lo attraversa ogni giorno, chi lo tiene vivo con il proprio lavoro, chi non vuole rassegnarsi all’idea che Roma diventi soltanto una vetrina.
Dire stop a nuove aperture di minimarket e negozi di souvenir fino al 2029 significa cominciare a rimettere ordine. Ma il vero obiettivo deve essere più ambizioso: restituire ai rioni del Centro Storico equilibrio, identità e futuro.
Perché una città senza residenti non è più una città. E un Centro Storico senza vita quotidiana non è patrimonio: è solo scenografia.




