Intelligenza Artificiale e la Terza Via Europea
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L’IA al bivio: la Terza Via Ue tra Cina e Usa

“La tecnologia non è neutra, non è un destino già scritto né un territorio riservato agli addetti ai lavori”. Da questa premessa, emersa durante l’incontro al Nazareno promosso promosso lo scorso 10 giugno 2026 dal Laboratorio Politiche Tecnologiche del Partito Democratico, l’Intelligenza Artificiale esce dalla sua dimensione apparentemente tecnica per rivelarsi una delle principali questioni politiche del nostro tempo. Parliamo di Intelligenza Artificiale e la Terza Via Europea.

Oggi il mondo viaggia su due binari paralleli. Da un lato vi è il modello americano, un tecno-capitalismo sregolato, guidato dalla logica del profitto e della concentrazione dei dati; dall’altro il modello cinese, fondato su un rigido controllo tecno-politico. L’Europa si trova davanti a una scelta di fondo: non può limitarsi a importare l’uno o l’altro modello, ma deve costruire una “terza via europea”, un’alternativa in cui l’IA sia affidabile, condivisa e accessibile, trasformandosi in un bene pubblico globale.

Bonaldi: il Laboratorio come spazio di lavoro politico condiviso

Ad aprire la riflessione è stata Stefania Bonaldi, responsabile Innovazione del Partito Democratico e presidente del Laboratorio Politiche Tecnologiche, che ha richiamato il senso politico del percorso avviato dal PD sull’Intelligenza Artificiale. Il Laboratorio, ha spiegato, nasce come uno spazio di confronto e di lavoro collettivo, chiamato a costruire proposte politiche concrete da mettere a disposizione del Partito, a tutti i suoi livelli.

Stefania Bonaldi ed Elly Schlein.

Per Bonaldi, l’innovazione non può essere lasciata alla sola forza del mercato né alla neutralità apparente della tecnica. Richiede invece “controllo democratico, responsabilità pubblica e una direzione valoriale chiara”, orientata a una dimensione pro-sociale. È qui che si colloca la specificità progressista della proposta del PD: solidarietà, giustizia sociale, inclusione, diritti e democrazia non sono parole da aggiungere dopo, ma criteri con cui guidare fin dall’inizio lo sviluppo delle nuove tecnologie.

Il titolo stesso del seminario, Una terza via europea per un’IA al servizio delle persone, sintetizza questa impostazione: l’Europa deve dotarsi di una propria strategia, capace di sottrarre l’Intelligenza Artificiale tanto alla deregolazione del capitalismo tecnologico quanto al controllo autoritario, costruendo invece un modello fondato su responsabilità pubblica, conoscenza condivisa e finalità sociali.

La scienza incompiuta: dai calcolatori al mistero del deep learning

Dentro questa cornice politica e valoriale, a tracciare il percorso scientifico che rende urgente la sfida è stato Pierluigi Contucci, professore ordinario di Fisica matematica all’Università di Bologna, laureato alla Sapienza di Roma e tra i promotori della proposta di un centro europeo per l’Intelligenza Artificiale. Contucci invita a demistificare la tecnologia, distinguendo la programmazione classica — da lui definita come “pura matematica”, un processo logico e deduttivo, del tipo “se è vero A, allora è vero B” — dalla vera rivoluzione attuale: il deep learning e i modelli transformer.

Il tavolo dei partecipanti.

Queste nuove macchine compiono un’operazione che Contucci definisce pazzesca: vengono nutrite con quantità inimmaginabili di dati grezzi e agiscono come un alambicco che “distilla” quell’informazione cruda trasformandola in “piccole conoscenze”. Non si tratta di una semplice copia dei dati di partenza. Nei parametri del modello non resta il file esatto originario, ma una rete di relazioni statistiche, strutture semantiche e regolarità apprese dai dati.

Il paradosso è che la tecnologia ha fatto un salto in avanti così rilevante che la scienza ne è rimasta indietro: “Noi non sappiamo spiegare perché queste macchine funzionano in quel modo”. Persino le Big Tech si trovano nella stessa situazione degli ingegneri del Settecento, che costruivano motori a vapore decenni prima che la scienza scoprisse le leggi della termodinamica.

Di fronte a questa corsa cieca, la terza via passa per la costruzione di un “CERN europeo” dell’IA. Un’idea che affonda le radici nella visione di Enrico Fermi, il quale, l’11 agosto 1954, suggerì all’Università di Pisa di non costruire un ennesimo acceleratore, scrivendo: “La macchina calcolatrice costituirebbe un mezzo di ricerca di cui si avvantagerebbero in modo oggi quasi inestimabile tutte le scienze e tutti gli indirizzi di ricerca”.

Giorgio Parisi: “Chi tiene il volante?” e il monopolio del significato

Se Contucci definisce l’infrastruttura scientifica necessaria, a delineare la reale posta in gioco democratica è intervenuto il Premio Nobel Giorgio Parisi. Sgomberando il campo dalla fantascienza e citando il fisico Niels Bohr — “le previsioni sono molto difficili, soprattutto quando riguardano il futuro” — Parisi chiarisce di non essere preoccupato da macchine super-intelligenti tra dieci anni, ma da ciò che accade oggi. La vera domanda non è dove stia andando la tecnologia, ma un’altra: “chi tiene il volante”.

Giorgio Parisi.

Oggi l’IA di uso generale è concentrata in un pugno di società private. Fino a ieri, il monopolio di motori di ricerca come Google era mitigato dalla trasparenza, poiché l’utente poteva scegliere la fonte. Oggi, i chatbot ci offrono risposte preconfezionate di cui ignoriamo l’origine. “Ogni algoritmo porta con sé una filosofia implicita, un sistema di valori incorporato”, avverte Parisi. Non a caso, Elon Musk si è fatto costruire un modello su misura per escludere il pensiero woke.

Evocando Alice nello specchio e citando Nichi Vendola, il Nobel svela l’insidia più grande: “Il controllo delle parole è una forma di controllo del potere […] chi decide il significato delle parole, quali fonti siano attendibili, quali notizie meritino di essere viste, esercita un potere enorme e quasi invisibile”. Il vero interrogativo è uno solo: “chi è il padrone?”.

Il furto del secolo e la tassazione dei robot

Questa spaventosa concentrazione di potere si riverbera sul mondo del lavoro. E a farlo notare non sono solo i militanti. Parisi richiama Geoffrey Hinton, uno dei padri dell’IA, che prevede insieme un aumento della disoccupazione e un aumento dei profitti, perché le aziende sostituiranno i lavoratori con le macchine. Ma, ha ricordato Parisi citando Hinton, “non è colpa della tecnologia: è colpa del capitalismo”. Hinton non è un militante, è uno scienziato, e la sua è la diagnosi disincantata di chi conosce queste cose dall’interno. Propone un reddito di base garantito anche per scongiurare il fascismo, che della disoccupazione dilagante può essere un effetto.

A queste considerazioni si aggiungono le stime molto pesanti del senatore americano Bernie Sanders, il cui recente rapporto quantifica in 100 milioni i posti di lavoro a rischio negli Stati Uniti. Il dato storico è impietoso: dal 1973 la produttività è cresciuta del 150%, i profitti del 370%, ma i salari sono diminuiti. La torta si allarga, ma le fette vanno tutte in alto.

Bernie Sanders.

L’IA, addestrata attingendo a decenni di ricerca pubblica e ai dati generati da noi tutti, solleva per Parisi una stringente questione di giustizia: “Se l’intelligenza artificiale ha distillato la conoscenza dell’umanità inserendola nei suoi modelli, questa conoscenza deve rimanere patrimonio dell’umanità, altrimenti, come dice Sanders, sarebbe il più grande furto della storia”. L’aumento della produttività deve tornare ai cittadini. Parisi fa un esempio concreto: l’INPS, grazie all’IA, ha liberato decine di milioni di ore di lavoro. Quelle ore possono diventare “una rendita per pochi, oppure tempo e servizi migliori per tutti”.

Per ridistribuire questo “dividendo tecnologico”, Parisi appoggia in pieno le radicali proposte di Sanders: partecipazione dei lavoratori agli utili e nei consigli di amministrazione, una “tassa sui robot” per chi sostituisce le persone con le macchine, e soprattutto la settimana lavorativa di 32 ore a parità di salario, una battaglia che il Nobel aveva già sposato nel suo libro Le Simmetrie Nascoste.

Un motore senza libretto di istruzioni e il disarmo etico

Di fronte a questi rischi, la risposta non può essere solo legislativa: serve un’infrastruttura pubblica. Parisi fa un’ammissione che da sola rende l’idea dell’urgenza scientifica: “Noi non sappiamo bene come funzionano queste macchine […] È come avere un motore potentissimo di cui non possediamo ancora il libretto di istruzioni”. Affidare questa ricerca solo alle multinazionali private annienta la libertà critica: ricercatori indipendenti come Hinton e Bengio possono lanciare allarmi proprio perché non sono vincolati.

Ecco perché il “CERN europeo” per l’IA non è uno sgarbo al libero mercato. “Questo non è protezionismo. È necessità democratica”, scandisce Parisi. Non possiamo lasciare a un governo straniero o a un’azienda il diritto di decidere delle nostre vite.

Questo vale a maggior ragione per l’etica militare, un tema sollevato anche dall’appello Fraternità nell’era dell’IA presentato all’ONU dalla Nobel Maria Ressa. Citando anche l’enciclica Magnifica humanitas di Papa Leone XIV, Parisi lancia un monito netto: “L’intelligenza artificiale va disarmata […] La scelta di chi uccidere non può essere lasciata a un algoritmo […] deve restare in mano a esseri umani precisi e identificabili”.

Elly Schlein: governare la transizione contro la destra tecno-capitalista

A trasformare queste urgenze in un’agenda politica è stata la segretaria del PD, Elly Schlein. “Quando una tecnologia diventa magia per molti e strumento di potere per pochi smette di essere una questione tecnica e diventa una delle più importanti questioni politiche del nostro tempo”.

La missione delle forze progressiste non è frenare lo sviluppo, ma anticiparne gli effetti. Schlein punta il dito contro la nuova destra tecnologica americana, guidata da figure come Musk e Thiel, che utilizza l’IA per concentrare la ricchezza e considera la democrazia e il welfare state come intralci da smantellare. Promettere di delegare le decisioni alle macchine non significa eliminare la politica, ma sottrarla al controllo democratico per consegnarla a chi quelle macchine possiede.

L’interno di un data center negli Stati Uniti.

Eppure, Schlein coglie un segnale di speranza proprio dagli Stati Uniti: i cittadini americani, in modo bipartisan, stanno protestando contro i voraci data center che prosciugano energia e acqua. “La gente non rifiuta l’innovazione, rifiuta di pagarne i costi in bollette, in posti di lavoro, in acqua e in democrazia”. Se l’America stessa si ribella a questo sistema, “perché mai l’Europa dovrebbe importarlo?”.

In Italia il ritardo è allarmante. La legge sull’IA del governo Meloni è ritenuta debole: pur dentro un quadro in cui il governo rivendica fondi e strumenti per startup e imprese, il testo contiene una clausola di invarianza finanziaria per le amministrazioni e rischia di non dotare il settore pubblico delle risorse necessarie per governare davvero la transizione. Abbandonata al mercato, l’IA sta già spaccando il tessuto produttivo: oltre il 53% delle grandi imprese la utilizza, contro un misero 16% delle PMI, amplificando a dismisura le diseguaglianze.

La risposta politica passa per il “dividendo tecnologico” e per la proposta di legge del centrosinistra per sperimentare la riduzione dell’orario di lavoro. “La tecnologia deve affiancare, deve supportare chi lavora, non può espellerlo senza tutele”. I lavoratori devono avere diritto alla formazione permanente e alla trasparenza sugli algoritmi. Parallelamente, l’IA deve rafforzare la Pubblica Amministrazione per combattere l’evasione fiscale e migliorare la sanità. Ma tutto questo richiede una reale sovranità europea: nessun Paese, da solo, può competere con i massicci investimenti cinesi e statunitensi.

L’Intelligenza Artificiale non è un destino predeterminato. Per scongiurare quello che Karl Marx, citato in chiusura da Parisi, definiva un “misterioso e fatale incantesimo” in grado di trasformare le sorgenti della ricchezza in fonti di miseria, occorre una politica coraggiosa. La sfida è sul tavolo: lasciare che le macchine affamino l’uomo e concentrino il potere, oppure guidare la transizione per restituire all’umanità tempo, conoscenza e dignità.

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