Il numero è di quelli che dovrebbero fermare qualunque discussione pubblica: 23,2%. È il tasso di povertà infantile in Italia secondo la nuova Report Card 20 dell’UNICEF Innocenti, dedicata al rapporto tra disuguaglianze economiche e benessere dei bambini nei Paesi OCSE e ad alto reddito.
Tradotto: quasi un bambino su quattro cresce in una famiglia con un reddito inferiore al 60% del reddito mediano nazionale. Non è una percentuale astratta, né una voce dentro una tabella. Sono bambini che vivono ogni giorno dentro famiglie costrette a scegliere, rinviare, tagliare. A volte anche sulle cose essenziali.
L’Italia si colloca al 30° posto per povertà infantile tra i Paesi con dati comparabili e al 22° su 40 per disparità di reddito. Il quinto più ricco della popolazione guadagna 5,35 volte il reddito del quinto più povero. Ma il punto, più ancora della classifica, è ciò che quei numeri raccontano: quando il reddito familiare non basta, le conseguenze non restano confinate agli adulti. Arrivano direttamente ai figli.
La povertà entra nella salute, nella scuola, nelle relazioni
Il rapporto UNICEF ha il merito di dire una cosa semplice, ma spesso rimossa: la povertà non è soltanto mancanza di denaro. È meno salute, meno opportunità educative, meno tempo, meno accesso allo sport, alla socialità, a un’alimentazione adeguata.
In Italia il 27% dei bambini e degli adolescenti tra i 5 e i 19 anni è in sovrappeso. Anche qui, sarebbe troppo facile ridurre tutto alle abitudini familiari. La realtà è più concreta: il cibo sano costa, lo sport costa, le attività extrascolastiche costano. E se i genitori lavorano con salari bassi, turni pesanti o contratti precari, anche il tempo educativo diventa una risorsa scarsa.
Non è una questione di volontà individuale. È una questione di condizioni materiali. Quando una famiglia arriva a fine mese con fatica, le scelte si restringono. E i bambini crescono dentro quel restringimento.
A scuola si arriva già divisi
Il dato sul divario educativo è forse uno dei più duri. L’84% dei bambini provenienti dalle famiglie più ricche raggiunge competenze di base in matematica e lettura. Tra i bambini delle famiglie più povere, la quota scende a meno del 45%.
L’Italia è al 15° posto su 41 per ampiezza di questo divario. Significa che la scuola non parte da una linea uguale per tutti. I bambini arrivano in classe già segnati da differenze profonde: casa, reddito, tempo dei genitori, libri, spazi, stabilità, possibilità di essere seguiti.
Per questo il tema non può essere scaricato solo sugli insegnanti o sulle famiglie. Se la scuola non viene sostenuta con tempo pieno, mense accessibili, organici adeguati, servizi educativi e contrasto alla dispersione, rischia di limitarsi a fotografare le disuguaglianze invece di correggerle.
E questo non è un problema tecnico. È un problema politico.
Salari bassi, famiglie fragili, bambini più poveri
L’UNICEF indica strade molto chiare: rafforzare la protezione sociale, investire nella scuola, garantire pasti sani, sostenere l’abitare, potenziare i servizi nei quartieri più fragili, intervenire sul lavoro povero e sul salario minimo.
Non sono proposte estremiste. Sono misure di buon senso in un Paese in cui troppe famiglie lavorano ma restano povere.
Ed è qui che la responsabilità del governo diventa evidente. Si continua a parlare di natalità, famiglia e futuro, ma si evita il cuore del problema: i salari italiani sono troppo bassi e il lavoro povero è ormai una condizione diffusa. Una famiglia che lavora dovrebbe poter pagare affitto, bollette, spesa, scuola, cure e attività dei figli senza vivere ogni mese come una corsa a ostacoli.
Se questo non accade, la povertà infantile non è un incidente. È il risultato di scelte mancate.
Qualcosa funziona, ma non basta
Non tutto il quadro italiano è negativo. Il tasso di suicidio tra i 15 e i 19 anni è tra i più bassi d’Europa. Nella classifica generale sul benessere infantile l’Italia si colloca al 12° posto, con risultati migliori di molti altri Paesi soprattutto sul fronte del benessere mentale.
Va riconosciuto. Ma non può bastare.
Perché il dato centrale resta lì: quasi un bambino italiano su quattro vive sotto la soglia di povertà. Ed è troppo per un Paese che si definisce civile. Troppo per una democrazia che dice di voler difendere la famiglia. Troppo per uno Stato che dovrebbe garantire a ogni bambino almeno la possibilità di partire senza essere già indietro.
La povertà minorile non è solo una questione economica. È una questione di giustizia. Riguarda il diritto allo studio, la salute, la dignità, la possibilità di crescere senza sentirsi esclusi prima ancora di cominciare.
Dire che i bambini sono il futuro è facile. Investire sul loro presente è un’altra cosa. E per un bambino povero ogni anno perso pesa molto più di una promessa rinviata.




